
Gli accessi ai concorsi architettonici funzionano un po’ come le porte della legge nel racconto kafkiano, dove l’ingresso alle stanze della giustizia è un diritto virtuale di ogni cittadino, che si arena implacabilmente di fronte alla realtà dei meccanismi diversivi della burocrazia.
La disciplina che regola l’accesso ai concorsi per determinate categorie edilizie prevede, per gli aspiranti partecipanti, la presentazione di un curriculum che attesti la presenza di opere realizzate, o in via di realizzazione, nelle categorie afferenti il progetto.
![[lang_en]Design: is there life on the planet industry?[/lang_en][lang_it]Design: c’è vita sul pianeta industria?[/lang_it]](http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2009/11/ddw_f1172_blog.jpg)
by Stefano Casciani
Sta per placarsi la frenesia autunnale di cento biennali, festival, settimane e week-end del design in Europa. Il bilancio di comunicazione è certamente positivo, ondate progressive di NS (Narcissistic Supply) soddisfano gli ego palestrati di designer più o meno giovani, più o meno in attesa della copertina di turno.
Cos’hanno in comune piccole e medie città come Salerno, Bergamo, Cagliari, Padova con le grandi vedettes dell’architettura: Koolhaas, Hadid, Herzog & de Meuron, Byrne, Isozaki, van Berkel e altri ancora?
Hanno in comune concorsi indetti dalle rispettive pubbliche amministrazioni per la costruzione di edifici e strutture cool, che richiedono investimenti – e avanzano pretese – abnormi rispetto ai budget e alle proporzioni dimensionali delle città.
Alcuni sostengono che nel nostro Paese non esiste un numero sufficiente di concorsi pubblici e privati di architettura, e individua in questo dato la causa efficiente e la causa finale del malinconico stato dell’italica architettura. Nella tragicomica sezione della storia italiana dedicata ai concorsi, quelli di architettura in effetti rappresentano una sottocategoria piuttosto rappresentativa della realtà nazionale.
![[lang_en]A last voyage for Fernanda Pivano[/lang_en][lang_it]L'ultimo viaggio di Fernanda Pivano[/lang_it]](http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2009/08/pivano_382x274.jpg)
by Stefano Casciani
In un luogo non precisato tra Los Angeles e Mexico City – dunque lungo una delle molte traiettorie esistenziali che si intersecano nei libri di Jack Kerouac – arriva grazie a Internet la fredda notizia della morte di Fernanda Pivano, a Milano, il 18 agosto. La più grande traduttrice e “Quinta Colonna” della poesia americana in Italia se ne va, in silenzio, a raggiungere i suoi amici Corso, Ginsberg, Hemingway, Kerouac.