
Alcuni sostengono che nel nostro Paese non esiste un numero sufficiente di concorsi pubblici e privati di architettura, e individua in questo dato la causa efficiente e la causa finale del malinconico stato dell’italica architettura. Nella tragicomica sezione della storia italiana dedicata ai concorsi, quelli di architettura in effetti rappresentano una sottocategoria piuttosto rappresentativa della realtà nazionale.
Rispetto ad altri paesi Ue, infatti, il numero delle gare indette risulta straordinariamente esiguo: nei primi 5 mesi del 2009, secondo un’inchiesta di “Progetti e concorsi” del Sole 24 Ore, 91 nuovi bandi (in calo del 20% rispetto allo scorso anno) contro i 743 dei nostri cugini francesi (+ 20%, al contrario, per loro). Ma a mio avviso il dato più preoccupante, sebbene ampiamente prevedibile, è riferito non tanto al numero totale delle gare, ma all’incidenza della realizzazione rispetto alle competizioni indette: nel nostro Paese infatti meno della metà dei progetti vincitori di gare, siano esse pubbliche o private, approda alla fase della realizzazione.
La questione dei concorsi perciò non si può ridurre ad una semplice computazione numerica, ma occorrerà interrogarsi seriamente sulla qualità e sull’efficacia di questo strumento operativo, sulla sua effettiva capacità di essere uno stimolatore per la buona architettura. I miei dubbi personali chiamano in causa la serietà delle giurie e le competenze delle stazioni appaltanti, che usano con disinvoltura lo strumento del concorso, senza avere adeguata consapevolezza (o peggio ancora, valutandole consapevolmente e consapevolmente infischiandosene) delle ricadute pratiche ed economiche sugli studi partecipanti.
Prender parte a gare e concorsi, infatti, incide in maniera sostanziale sui bilanci degli studi di architettura: i costi di esiti ambigui, orientati da politiche familistiche, da desideri di spettacolarità, dall’antipaticissma eppure non infrequente pratica della realizzazione in house di progetti prodotti da concorsi di idee, o dall’aborto dei risultati finali per mancanza di fondi, diventano colpi mortali inferti alle economie dei piccoli e medi studi. Chi li risarcisce del loro tempo e dei loro investimenti?
Continua…
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