
Cos’hanno in comune piccole e medie città come Salerno, Bergamo, Cagliari, Padova con le grandi vedettes dell’architettura: Koolhaas, Hadid, Herzog & de Meuron, Byrne, Isozaki, van Berkel e altri ancora?
Hanno in comune concorsi indetti dalle rispettive pubbliche amministrazioni per la costruzione di edifici e strutture cool, che richiedono investimenti – e avanzano pretese – abnormi rispetto ai budget e alle proporzioni dimensionali delle città.
Un tempo accadeva che l’avvistamento o la fotografia in compagnia di qualche campione del ciclismo o qualche divo di Cinecittà diventasse un’esperienza accreditante, un trofeo da esibire e vantare con parenti e amici oppure, nel caso si fosse dei pubblici rappresentanti, con i propri elettori.
Oggi che i tempi sono cambiati e gli architetti, quanto ad appeal mediatico, hanno raggiunto e superato le celebrità del cinema e dello sport; oggi che la politica in riserva di idee costruisce i suoi successi sulla capacità di fare marketing, ecco allora che la firma di un’archistar su un museo, una sede della provincia o una piazza di periferia si traduce in un potente spillover del consenso popolare.
Accade così che concorsi dai budget gonfiati ad arte per intercettare l’interesse dei grandi studi internazionali rimangano in stallo – non nel caso delle città citate, almeno per ora – per mancanza di risorse finanziarie, finendo per risolversi inevitabilmente in una trovata pubblicitaria con la quale le amministrazioni locali si accreditano nei confronti della platea elettorale.
La domanda è: si tratta ancora di architettura, oppure questo genere di concorsi ha molto meno a che fare con il bene comune e il buon abitare, e molto più con le campagne elettorali finanziate con i danari di tutti?
Continua…
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