
Gli accessi ai concorsi architettonici funzionano un po’ come le porte della legge nel racconto kafkiano, dove l’ingresso alle stanze della giustizia è un diritto virtuale di ogni cittadino, che si arena implacabilmente di fronte alla realtà dei meccanismi diversivi della burocrazia.
La disciplina che regola l’accesso ai concorsi per determinate categorie edilizie prevede, per gli aspiranti partecipanti, la presentazione di un curriculum che attesti la presenza di opere realizzate, o in via di realizzazione, nelle categorie afferenti il progetto.
In concreto, ciò significa che se voglio partecipare a un concorso per un aeroporto, nel mio curriculum dovrò già poter esibire un progetto infrastrutturale di analoga categoria, e la medesima cosa varrà per una scuola, un’infrastruttura, ecc.
E così, nel tentativo di tutelare le competenze attraverso il filtro di dispositivi burocratici, si accetta l’instaurazione di un contesto chiuso e ridondante, di un circolo vizioso che mette in lista i soliti nomi per i soliti progetti, offrendo scarse possibilità di apertura a proposte nuove o ad esperienze e approcci diversi.
Resta avvolta nell’ignoto, fra l’altro, l’acquisizione mistica di quella prima esperienza progettuale, di quell’imprimatur biografico che solo dà diritto di accesso al club degli accreditati.
Infine.
Le brevi considerazioni abbozzate in questi ultimi post, che hanno avuto come oggetto i concorsi, puntano il dito contro un dispositivo di garanzia della qualità architettonica che, allo stato dei fatti, sempre meno riesce nel suo compito di premiare la buona architettura e di stimolare la ricerca progettuale.
Per un numero imprecisato di fattori, che toccano il metodo e il merito della questione, lo strumento del concorso pubblico e privato si profila oggi, in un’epoca in cui l’architettura è ancora molto ben in vista nonostante la fase economica, come un elemento di rallentamento, di omologazione, di de-moralizzazione della pratica architettonica in Italia.
C’è ancora spazio- e tempo- per affidare ai concorsi la crescita di consapevolezza architettonica del Paese? E se si, come?
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