
di Valia Barriello
La misura dello spazio. Fotografia e architettura: conversazioni con i protagonisti, a cura di Maria Letizia Gagliardi, Contrasto, Roma 2010 (pp. 150, € 21,90)
Si parla di architettura e di fotografia nel libro a cura di Maria Letizia Gagliardi, edito da Contrasto, e si parla di entrambe unitamente. Le due discipline, o più correttamente le due arti, anche se apparentemente indipendenti l’una dall’altra, sono strettamente legate da elementi che le alimentano entrambe come: luce, misura, atmosfera, spazio e colore.La curatrice del volume, architetto e dottore di ricerca presso la facoltà di Udine, decide di interrogare i veri e propri artisti, in questo caso i fotografi, che per primi si sono misurati con lo spazio architettonico.
Molti degli autori intervistati hanno fondato la loro intera professione su scatti di architettura e paesaggio, hanno fatto loro e inglobata, mettendola al centro dell’obiettivo, l’arte della costruzione. Le interviste sono singole, i fotografi 26 e 18 le domande, uguali per tutti, ma il dialogo che si crea è corale, è quasi un dibattito che ruota intorno al tema in oggetto. La tematica da riportare alla luce è proprio quel magico rapporto che si crea durante lo scatto d’architettura. Si scopre così, alla domanda in apparenza banale “Cos’è per te la fotografia?”, che significato abbia per ogni professionista il suo lavoro. Per Gabriele Basilico la fotografia è allo stesso tempo arte mestiere e gioco, mentre per Gianni Berengo Gardin è un modo di documentare la realtà, o ancora, per Patrizia della Porta è la propria percezione del mondo. Tutte risposte diverse che con semplicità dimostrano come ogni artista viva il rapporto con lo spazio che fotografa in maniera personale.
Le interviste sono divise in tre sezioni non tanto per necessità di catalogazione, come sottolinea la curatrice, ma per dare una lettura emozionale delle interviste. Nella prima sezione “Architetture vissute” si ritrovano quei fotografi che come soggetto hanno privilegiato i luoghi o gli edifici “sporcati” dall’uomo, rovinati non solo dal tempo ma dall’usura come: Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Francesco Jodice, Lorenzo Mussi e altri. Nella seconda “Brani di architettura” M.L.Gagliardi ha raggruppato gli artisti che con i loro scatti hanno sempre cercato di raccontare una storia o di indagare oltre la realtà manifesta come: Pino Musi, Paolo Rosselli e Moreno Maggi, solo per fare alcuni nomi. E nell’ultima parte “I luoghi del vivere” rientrano i professionisti che hanno abbracciato panoramiche più urbane da Massimo Vitali a Luca Campigotto.
Quello che incuriosisce maggiormente di questo volume è scoprire l’iter di ogni singolo artista, di come sia approdato, spesso da altre specializzazioni, alla fotografia e di come in un secondo momento abbia deciso di concentrare la sua poetica sugli edifici e il paesaggio urbano. Molti da facoltà di architettura, altri seguendo le orme del genitore, altri ancora seguendo una passione giovanile si sono ritrovati tutti a interrogarsi sullo spazio, a misurare non solo le sue distanze ma le sue luci e le sue ombre e anche i tempi di sospensione che richiede uno scatto. Tutte queste visioni, tecniche e passioni emergono dalle interviste del volume.Quello che lascia un po’ delusi all’inizio è che, pur trattandosi di un libro dedicato alla fotografia, non ha molte immagini, ma solo 26, una per autore e, scelte dall’autore stesso come proprio scatto più significativo. Si comprende poi che questa giusta selezione induce a riflettere maggiormente su ogni singola immagine, ad immedesimarsi per un istante dietro al cavalletto e a guardare nell’obiettivo. Si vede così lo scorcio ideale, l’architettura attraverso un solo punto di vista, la giusta misura che il fotografo ha voluto rendere allo spazio che stava vivendo.
di Jessie Turnbull
Ecological Urbanism, a cura di Moshen Mostafavi and Gareth Doherty, Lars Müller Publishers, Baden 2010 (pp. 656, € 39.90)
La prima parte della corposa pubblicazione della Harvard University Graduate School of Design Ecological Urbanism (”Urbanistica ecologica”) si intitola Anticipate (”Anticipare”) e presenta una tavola grafica realizzato da IDS Architects. Per riprendere la forma della precedente recensione e usare una parafrasi concisa, il giovane studio belga individua tre problemi connessi con la tendenza urbanistica incentrata sulla sostenibilità: la definizione, la popolarità e l’ambizione. Ho usato queste categorie come sintetica cornice della disamina critica di questo massiccio libro.
Il problema della definizione è una questione che riguarda in prima istanza la retorica (che cosa significa esattamente essere “verde”, “sostenibile”, oppure “ecologico”?) ma anche i confini fisici del settore (abbiamo davvero a che fare solo con l’urbano, e possiamo distinguerlo chiaramente dal rurale?) e i suoi confini disciplinari (in una pubblicazione di questo genere che rapporto c’è, con precisione, tra architetti, artisti, ingegneri, economisti, agronomi, filosofi, pianificatori, politici?). I libro amplia il campo dall’urbanistica del paesaggio per affrontare questioni teoriche ambientali ed ecologiche e per includere il più ampio quadro disciplinare che definisce la condizione urbana. La differenza tra urbanistica ecologica e urbanistica del paesaggio resta per certi aspetti vaga, e i termini “ecologico”, “verde” e “sostenibile” sono liberamente intercambiabili, come conseguenza del problema di definire i modi di una strategia ecologica. L’ecologia è intrinsecamente difficile da classificare, come si evince dalle ripetute critiche alla ristrettezza dei vincoli definiti dalla LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) e da altri standard di sostenibilità.
Questa pluralità di significati si riflette nell’organizzazione caotica del libro. Progetti disparati, ricerche analitiche e scritti teorici sono raggruppati sotto titoli vaghi come Collaborate (”Collaborare”) e Adapt (”Adattare”), segno di una tendenza complessiva alle soluzioni informali. In buona sostanza molte metodologie e molti progetti evitano prese di posizione formali in favore di interventi di piccola scala, progetti urbanistici interstiziali e soluzioni pragmatiche. Molti articoli citano l’auto-organizzazione delle favelas e delle baraccopoli brasiliane, indiane, africane, mentre nodi, reti e campi sono i principi organizzativi d’elezione. Nel libro la formalizzazione compiuta resta soltanto aneddotica, nei monumenti di Peter Galison alla spazzatura nucleare e nei metodi di Zhang Huan per innalzare il livello dell’acqua in uno stagno.
Dal caotico tentativo di mettere insieme i contenuti di un convegno e di una mostra esce un ordine cronologico, un “equilibrio ipotetico” come dice Mostafavi nell’introduzione, tra il riesame dei progetti passati, prendendo atto della situazione attuale e cercando di porvi rimedio, e lo sguardo rivolto alle soluzioni per il futuro. Mostafavi identifica questo movimento come uno strumento per definire un modello di pianificazione più coerente, in grado di riunire gli sforzi di gruppi differenti come quelli rappresentati dagli autori riuniti nel libro: dagli innovatori popolari a coloro che evocano le nostalgiche teorie di Gaia.
Quanto al problema della popolarità dell’ecologia, esso viene finalmente affrontato dal libro. La deliberata scelta di una copertina rosso vivo (invece dell’onnipresente verde ecologico) e la decadente (ma riciclata) massa di carta sono in grado di dare risalto a questi problemi nelle librerie specializzate in architettura e nella testa degli architetti. L’ecologia è inevitabilmente un tema non popolare, che richiede “umiltà” da parte dell’architetto, come ha sottolineato Rem Koolhaas, nonché un ritorno alle teorie della Deep Economy degli anni Settanta, cariche di connotazioni passatiste, come ha notato Kwinter. Il problema non sta solo nel fatto che la sostenibilità non era di moda, ma che era anche restrittiva e fastidiosa da mettere in pratica, facendo dell’architettura “un compito invece che una passione” (JDS) mentre dovrebbe essere “liberatoria invece che oppressiva” (Kwinter). I libro presenta, grazie alla mano leggera del curatore, esperti di sostenibilità di profonda serietà come Koen Steemers accanto ad artisti ambigui come Chris Neiman, dando al lettore tutti gli stimoli visivi e teorici che si possano desiderare per impegnarsi ambiziosamente nel campo dell’urbanistica ecologica.
Mostafavi definisce le ambizioni dell’urbanistica ecologica attraverso l’individuazione di tre forme internazionali dell’ecologia contemporanea, riprese da un quotidiano, dando per scontata l’ampia portata degli strumenti del convegno, del libro e del dibattito costante. Il sottotitolo del convegno, Città del futuro alternative e sostenibili, è palesemente non rispettato e i contenuti del volume guardano sia indietro sia avanti, suggeriscono di sperimentare, misurare, percepire, adattare, incubare, rimediare e collaborare per realizzare un’urbanistica ecologica (in ogni accezione).
L’introduzione di Mostafavi definisce il libro come una cornice, ma al primo sguardo esso appare più un compendio enciclopedico di tutte le idee su qualunque argomento ecologico degli ultimi dieci anni. È un catalogo che avrebbe meritato, sotto l’aspetto sistematico, un poco più di precisione da parte del curatore. In termini di prospettiva le proposte architettoniche partono dalla scala iperlocalistica del percorso dei rifiuti di New York ma superano la scala dell’architettura per abbracciare le infrastrutture, gli ecosistemi e infine le fasce planetarie con il programma di energia eolica Zeekracht di OMA.
Il libro è infinitamente autoreferenziale, con commenti che vanno dal ripensamento delle idee di Waldheim dell’introduzione di Mustafavi agli interventi di Koolhaas, Bhadi e Kwinter e ai post del blog del convegno che danno conto delle reazioni, filtrate ma “immediate”, ai discorsi tenuti in diretta. Il recente convegno, svoltosi in occasione dell’apertura riservata della Biennale di Venezia 2010 lo scorso agosto, dà la certezza che i problemi sollevati con tanta eloquenza diciotto mesi fa a Boston continuano a raggiungere un pubblico raffinato e sensibile.
di Roberta Tenconi
Pig 05049, Christien Meindertsma, Flocks 2007 (pp. 185, $ 64.95)
Secondo l’oroscopo cinese il 2007 è stato l’anno del maiale, un segno associato all’idea di fertilità, e forse non è un caso che in quello stesso anno è stato portato avanti un progetto di studio che vede protagonista un maiale di un allevamento olandese. Pig 05049, dal numero di matricola dell’animale, è il libro che ripercorre questa ricerca: per tre anni Christien Meindertsma, una giovane designer diplomata all’Accademia di Eindhoven, ha seguito le sorti di Pig 05049, dalla macellazione all’immissione delle sue parti nella catena di produzione industriale, alimentare e non. Dai 103,7 chili di massa dell’animale sono stati ottenuti 3 chili di pelle, 15,2 chili di ossa, 54 di carne, 14,1 di organi interni, 5,5 chili di sangue, 5,4 chili di grasso e 6,5 di materiale vario: ogni suo singolo grammo è stato processato e trasformato in prodotti, alcuni ovvi - come prosciutti, salsicce, insaccati - altri difficilmente immaginabili. La gelatina proveniente dalla pelle è finita in liquirizie, gomme da masticare, caramelle, torrone, glassa per dolci, persino cheesecake e tiramisù.
Il grasso è stato utilizzato per creme anti rughe, shampoo e balsamo per capelli. Dalle ossa si è ottenuto un agente collante per ceramiche; la sua valvola cardiaca è stata impiegata in medicina per sostituirne una umana danneggiata. Leccalecca, marshmallow, birra, vino rosso tutti contengono una percentuale di elementi derivati dal maialino olandese 05049. Lo stesso vale per carta e pellicola fotografica, lastre per raggi X, vernici industriali, fiammiferi, carta da parati, sapone in polvere, antighiaccio per automobili, pastelli a cera, candele, medicinali, filtri per sigarette e perfino bio-disel.
Se nella più antica tradizione contadina del maiale macellato non si buttava nulla, ora, su scala industriale, le cose sono andate ben oltre complicandosi parecchio, e sfogliando il libro è sorprendente vedere il numero e la varietà di prodotti non commestibili che provengono da questo animale. Curiosa, per esempio, è la produzione di un certo tipo di pallottole fabbricate negli Stati Uniti in cui una gelatina derivata dalle ossa è utilizzata per favorire la conduzione della polvere da sparo all’interno del proiettile. Attenzione però, la ricerca di Christien Meindertsma è strettamente collegata al caso di Pig 05049 e non è detto che tutti gli shampoo contengano elementi derivati dal maiale.
Nel libro 185 immagini in perfetta scala reale 1 a 1 mostrano i 185 prodotti finali ricavati da Pig 05049 con l’indicazione, per ciascuno di essi, della quantità di grammi di animale utilizzato. Poche, pochissime, le parti di testo. Le parole sono infatti affidate solo a un’introduzione firmata da Lucas Verweij, direttore dell’Accademia di Architettura e Design Urbano di Rotterdam, a una brevissima spiegazione d’intenti dell’autrice e alle sintetiche descrizioni che accompagnano ciascuna illustrazione. In formato tascabile, quasi fosse un breviario, il volume ha una copertina in cartoncino marrone (un’edizione limitata è rilegata rigorosamente con pelle di maiale) e sul dorso è pinzato il numero di identificazione del maialino in esame - un disco di plastica giallo identico a quello punzonato all’orecchio di Pig 05049.
Il libro, elegantissimo, ha vinto l’Index Award 2009 nella categoria Playful ma non ha nulla di frivolo. L’approccio è enciclopedico, per non dire scientifico, nel suo procedere seguendo un rigoroso ordine di classificazione e suddivisione dei prodotti in base alla loro provenienza. L’intento è in verità ancor più nobile. Pig 05049 è visivamente e concettualmente una dissezione non solo del maiale in esame ma, su scala più ampia, si potrebbe dire di tutta la complessità del reale. Conoscere e comprendere l’origine delle cose è il primo passo per vedere la realtà con occhi differenti e prendersene cura. Molto di quello che ci circonda ha un inizio insospettabile; persino gli oggetti più normali che - letteralmente - tocchiamo con mano ogni giorno. Da rimanere sorpresi.
First Works: Emerging Architectural Experimentation of the 1960s & 1970s, a cura di Brett Steele and Francisco González de Canales, AA Publications, Londra 2009 (pp. 284)
Durante una conferenza del trentacinquenne Julien De Smedt uno spettatore gli chiese da dove gli venisse l’ispirazione per la reinvenzione creativa dei suoi progetti. L’architetto diede una risposta semplicissima: “Sono giovane”. L’età, quando affronta un progetto d’architettura, è un innegabile fattore di creatività disinibita: semplicemente non è possibile prendere una strada sbagliata. Non ci sono assunti o aspettative precedenti. Quando si è giovani si può solo andare avanti.
Il catalogo First Works: Emerging Architectural Experimentation of the 1960s & 1970s, che accompagna la mostra omonima allestita all’Architectural Association Gallery & Front Members Room (novembre 2009-febbraio 2010), passa in rassegna gli interessi di una generazione di (allora) giovani professionisti profondamente sensibili all’influsso di un tumultuoso periodo di manifestazioni radicali e di pratiche sperimentali. Per citare Brett Steele, presidente dell’Architectural Association e curatore della mostra e del volume, si tratta di “una raccolta di venti progetti iconici d’architettura elaborati in un’epoca in cui i capelli erano più lunghi, i modi erano più sbrigativi e la competenza disciplinare (e non solo la fiducia generazionale nel cambiamento del mondo) molto più appassionata”.
Si potrebbe obiettare che non esiste un metodo oggettivo per misurare i “modi” e l’”audacia” ma è indiscutibile che le manifestazioni rappresentate in queste prime opere di questo gruppo di personaggi, oggi importanti nel mondo dell’architettura, siano un ritratto nitido del complesso clima geopolitico e professionale di due decenni che furono di rottura. Il libro offre un acuto panorama della carica creativa del loro debutto, presentato attraverso disegni originali , schizzi, modelli e rare fotografie dei loro primi successi architettonici. I commenti di storici, critici e architetti (per la maggior parte direttamente collegati, in un modo o nell’altro, a ciascun architetto) permettono una lettura più profonda del lavoro dell’autore.
First Works è il ritratto dello sforzo comune di una generazione impegnata criticamente a cambiare la tendenza modernista dell’architettura dell’epoca. Tra i progetti figuravano una serie di elaborati che andavano dalle tesi di laurea alle prime strutture costruite. Il libro, più agile, segue una semplice struttura che alterna progetto e commento. In ordine cronologico presenta l’opera di Robert Venturi, Michael Webb, Cedric Price, Alvaro Siza, Aldo Rossi, Team 4, Paul Virilio & Claude Parent, Rafael Moneo, Andrea Branzi, Renzo Piano, Peter Eisenman, Coop Himmelb(l)au, Toyo Ito, Rem Koolhaas, Morphosis, Bernard Tschumi, Steven Holl, Daniel Libeskind, Zaha Hadid, Herzog & de Meuron.
Tra i commentatori, interventi che aiutano a contestualizzare le prime fasi di sviluppo dei futuri divi dell’architettura: l’analisi di Kazys Varnelis di Strutture per il tempo libero a Prato (1966) di Andrea Branzi (Archizoom) ne colloca giustamente gli ideologici tentativi di “delirio” nel contesto più vasto delle situazioni culturali e urbane al tempo della sua pubblicazione. Beatriz Colombina racconta l’ossessione di Le Corbusier per il volo e collega la Villa Rosa di Coop Himmelb(l)au (1967-68) a Villa Savoye, dando conto delle rispettive aspirazioni alla mobilità. Enrique Walker afferma che l’architettura dell’azione Fireworks di Tschumi (1974) raggiunse l’assoluto con la sua presentazione in forma di immagine accanto al manifesto critico alla mostra del 1978 Architectural Manifestos.
Come afferma Steele nella presentazione First Works si rifà nel suo centro focale a un tempo in cui la produzione era inevitabilmente legata alla teoria dell’architettura. E per quanto sia vero che i progetti presentati affrontano lo sviluppo dell’architettura in modo concettualmente ardito, furono le condizioni culturali dell’epoca in cui questi architetti entrarono nella professione che condussero a queste radicali manifestazioni teoriche e pratiche.
First Works è un’importante raccolta di grandi realizzazioni che si sono rivelate fondamentali nella storia della cultura architettonica per il loro atteggiamento sperimentale e la loro netta critica della professione com’era all’epoca. Segnano un periodo di audaci cambiamenti ideologici e la fine di un’estetica ricevuta per eredità generazionale. La decisione del libro nel provocare e stimolare una nuova generazione in fase di formazione attraverso questi appassionati primi tentativi è un gesto di grande valore.
di Anna Casaglia
Divided cities. Belfast, Beirut, Jerusalem, Mostar and Nicosia, Jon Calame and Esther Charlesworth, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2009 (pp. 253, $ 59.95)

Nell’era della globalizzazione e della presunta fine dei confini teorizzata dopo la caduta del muro di Berlino, uno sguardo più attento mostra come i conflitti etnici, religiosi e nazionali continuino ad avere una forte ripercussione territoriale che si traduce spesso in secessioni, partizioni e in nuovi confini. Dopo la II Guerra Mondiale si è assistito a un cambiamento delle dinamiche di conflitto: dallo scontro tra stati si è passati a conflitti interni agli stati e le città hanno quindi assunto un ruolo di prim’ordine sia come epicentro di conflitti che come emblema di più ampie lotte politiche.
Il libro di Calame e Charlesworth si articola intorno a una riflessione sulle caratteristiche comuni delle “città divise”, dove una o più linee, concretizzate in un muro o impresse più sottilmente nel tessuto urbano, separano gruppi etnici, religiosi e/o nazionalisti. Beirut, Belfast, Gerusalemme, Mostar e Nicosia sono le città che gli autori prendono in esame, tracciando il percorso che ha portato alla divisione alla ricerca di uno schema di interpretazione comune.
Il limite del lavoro dipende dalla difficoltà di comparare cinque casi così diversi e si rivela nel fatto che la presentazione dei singoli contesti, nei paragrafi centrali del libro, risulta poco approfondita ed esaustiva. D’altro canto il libro compie l’inedito sforzo di individuare delle caratteristiche comuni in un quadro di sviluppo storico che pone le città divise come estremo risultato dei processi di segregazione spaziale che da sempre caratterizzano il tessuto urbano. Inoltre, i due autori si sforzano di comprendere quali siano stati gli errori a livello amministrativo, politico e diplomatico che hanno portato all’individuazione della separazione fisica come unica soluzione a situazioni di conflitto violento.

Le cinque città presentano differenti contesti storici e condizioni politiche e sociali, ma condividono un insieme di fattori che hanno portato da una situazione di convivenza multietnica a una divisione fisica e istituzionalizzata. In tutte e cinque si è assistito a un’intensificazione della polarizzazione sociale che ha portato a una escalation di violenza o al conflitto, in mancanza di una soluzione politica lungimirante. Gli autori si rifiutano di considerare le città divise come anomalie dello sviluppo urbano, e cercano quindi di svelare i meccanismi che spiegano il processo di partizione, sottolineando il rischio insito in molti contesti urbani contemporanei, caratterizzati da mescolanza etnica e rivalità tra gruppi.

Esiste infatti una sequenza ricorrente di eventi nelle città in esame, che si può intendere come un modello di azioni o mancate azioni che hanno reso inevitabile la divisione. In territori con una forte eterogeneità di popolazione il primo passo verso la partizione è la politicizzazione dell’etnicità. Il fondersi di identità etniche e politiche è il risultato della competizione per il controllo e la gestione delle risorse (evidente nei casi di Belfast, Gerusalemme e Mostar). Questo processo si dispiega spazialmente con la creazione di aree omogenee da un punto di vista etnico come risposta alle disuguaglianze e alle pressioni politiche attraverso la ricerca di protezione all’interno del proprio gruppo di appartenenza.
La conseguenza di ciò è un’inevitabile diminuzione dei contatti e delle interazioni tra gruppi, a livello sia sociale sia politico/istituzionale. L’inasprimento della situazione porta al riconoscimento delle enclave etniche informali nella lotta politica su scala nazionale o internazionale. Nelle parole degli autori, una volta che le comunità etniche si sono ritirate in gruppi omogenei e il terreno urbano è stato convertito in territorio politico, rimane solo da disegnare le linee della battaglia. La fase successiva è infatti l’incisione del confine, che appare generalmente in modo graduale e il più delle volte taglia aree precedentemente caratterizzate da una forte mescolanza etnica e non fortemente marcate da un singolo gruppo. La concretizzazione del confine è l’evoluzione delle enclave etniche che diventano sempre più isolate tra loro e ufficializzate a livello istituzionale: confini permeabili e informali diventano impermeabili e stabili.
La separazione nasce come una soluzione emergenziale e temporanea che, invece, si stabilizza: un esempio per tutti è dato dalle cosiddette peaceline erette dall’amministrazione di Belfast che non solo sono diventate permanenti, ma anche sempre più sofisticate e persino abbellite fisicamente. A questa fase segue un processo di adattamento alla divisione, che consiste nel consolidamento della situazione e nella riorganizzazione del funzionamento della città. La mancanza di una reazione in senso opposto viene spiegata dalla debolezza e l’instabilità delle autorità politiche, come risulta evidente nei casi di Mostar e Beirut.

Questo processo avviene contro ogni logica convenzionale di condivisione di spazio e servizi: ogni gruppo reclama il controllo e il possesso del territorio, delle infrastrutture e delle risorse, con il risultato di un raddoppio delle strutture che permettono un corretto funzionamento della città e inevitabili disfunzioni del sistema urbano. Il consolidamento della divisione è raramente sostenibile, dal momento che i costi sociali e materiali che ne derivano sono molto alti.
In alcuni casi le barriere sono state rimosse o sono stati aperti dei varchi, come a Beirut, Mostar e Nicosia, ma la riunificazione non significa necessariamente integrazione: le conseguenze sociali e fisiche di una divisione urbana sono difficili da superare. Con le parole degli autori, la tipica città divisa rimane divisa finché permane l’insicurezza che ha portato alla violenza tra i gruppi. La rimozione del confine è quindi vista come una condizione necessaria ma non sufficiente alla riconciliazione. Viene quindi messo in luce il fondamentale ruolo dell’amministrazione politica come garante di uguale accesso a diritti e risorse per i diversi gruppi che abitano la città, e si mettono in guardia le autorità da facili soluzioni apparentemente funzionali che al contrario radicalizzano e stabilizzano conflitti altrimenti gestibili.