
by Stefano Casciani
Sta per placarsi la frenesia autunnale di cento biennali, festival, settimane e week-end del design in Europa. Il bilancio di comunicazione è certamente positivo, ondate progressive di NS (Narcissistic Supply) soddisfano gli ego palestrati di designer più o meno giovani, più o meno in attesa della copertina di turno.
Ma è servita questa Indian Summer alle aziende – quelle che una volta si chiamavano industrie – del design, specialmente quelle italiane che sono e restano leader? Tentate dalla suggestione mediatica cedono alle lusinghe di questa o quella capitale – per ora Londra in testa – si espongono con la loro immagine e consistenti investimenti: ma segnali di ripresa commerciale non se ne vedono, se non alcuni – debolissimi – dagli Stati Uniti, per chi può permettersi di agire su quel mercato. In assenza di una “politica” pubblica per il design, le industrie che ancora producono innovazione autentica si aggrappano alle proprie convinzioni, navigano nella bonaccia infausta, mantengono i nervi saldi, anche quando si apprende che Ikea – Armageddon della distribuzione che ha annientato tante piccole industrie del mobile – sta per lanciare il suo primo megastore italiano: dove si venderanno non più solo Billy e Klippan, ma tutto lo scibile delle merci.
Nella foto: Grid: Loertoer, Guild of Designers, Dutch Design Week, Eindhoven
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