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	<title>Reading Room &#187; Reading Room</title>
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	<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 10:06:51 +0000</pubDate>
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		<title>Al Manakh 2: Gulf Continued</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 10:06:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
di Jesse Seegers
Al Manakh 2: Gulf Continued, pubblicato come edizione speciale di Volume Magazine da Archis, OMA/AMO, Pink Tank e NAi.

Se il monolitico Al Manakh 1 era un&#8217;entusiasta, per quanto involontaria, macchina di propaganda, Al Manakh 2: Gulf Continued dimostra una maturità che nasce dal suo far propaganda in ogni direzione. L&#8217;introduzione di Rem Koolhaas ammette la situazione [...]]]></description>
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<p><a href="None"></a><a href="None"></a><a href="None"></a><a href="None"></a><a href="None"></a>di <b>Jesse Seegers</b></p>
<p><b>Al Manakh 2: Gulf Continued</b>, pubblicato come edizione speciale di Volume Magazine da Archis, OMA/AMO, Pink Tank e NAi.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-290" title="p1000675" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/p1000675.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Se il monolitico <em>Al Manakh 1</em> era un&#8217;entusiasta, per quanto involontaria, macchina di propaganda, <em>Al Manakh 2: Gulf Continued</em> dimostra una maturità che nasce dal suo far propaganda in ogni direzione. L&#8217;introduzione di Rem Koolhaas ammette la situazione potenzialmente imbarazzante consistente nel fatto che, se <em>Al Manakh 2</em> avesse adottato lo stesso programma editoriale della prima edizione, tutte le parti in causa avrebbero potuto ritrovarsi nel libro: un&#8217;entusiastica, progressista raccolta di articoli sull&#8217;edilizia della regione mediorientale del Golfo. Per fortuna, nell&#8217;eterogeneità dei contributi e delle posizioni redazionali, <em>Al Manakh 2</em> è una lettura di acuto interesse, ma pare anche destinata a diventare una risorsa antropologica di rilievo negli anni, nei decenni e forse perfino nei secoli a venire.</p>
</div>
<p><em><a href="None"></a></em></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-292" title="p1000685" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/p1000685.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><em></em></p>
<p><em>Gulf Continued</em> è un compendio di oltre 140 articoli, divisi in sei &#8220;capitoli&#8221; secondo il genere: La crisi e le crisi, Consulenti, La visione, A proposito di (Abu Dhabi Urban Planning Council), La coabitazione, il Golfo delle esportazioni. Ogni punto di vista (da quello del potente cittadino degli Emirati a quello dell&#8217;umile giornalista di New York) è rappresentato in vista del sostegno a un&#8217;argomentazione, della conferma di un giudizio di valore o della elaborazione di un ideale, a vari gradi di trasparenza. Queste prospettive differenti e a volte contraddittorie trasformano i libro in una specie di rivista, come se ciascun articolo fosse stato scelto da un differente giornale in giro per il mondo e poi tradotto in inglese. Si pensi a un sondaggio d&#8217;opinione sperimentale condotto ponendo a esperti di vari settori culturali la domanda: &#8220;Che cosa trova di interessante nel Golfo?&#8221;</p>
<p>È altrettanto importante sottolineare l&#8217;obiettivo totalizzante e onnicomprensivo di <em>Al Manakh 2</em>. La maggior parte delle attenzioni occidentali per il Golfo si concentrano su Dubai, forse perché le sue realtà (o surrealtà) architettoniche sono diventate soggetto di titoli di giornale e di fieri attacchi, come nell&#8217;azzeccatissima parodia di Dubai Bashing Article Generator (&#8221;Come scrivere un articolo contro Dubai&#8221;) di Rory Hyde. Ma il libro si occupa dell&#8217;intera regione del Golfo, prendendo in esame Dubai, Abu Dhabi, Doha, Manama, Kuwait City e Riad, citando anche i rapporti della regione del Golfo con il Libano, l&#8217;Africa settentrionale e il Sudest asiatico.</p>
<p>L&#8217;impostazione multidimensionale del libro ha i suoi pregi e i suoi difetti. Certi articoli si addentrano in territori incredibilmente specifici o potenzialmente profetici, come la storia della scena culturale e artistica dell&#8217;Unione degli Emirati Arabi redatta da Antonia Carver sulla base del debutto bohémien del collettivo Mis negli anni 2001-2004; e come <em>Abu Dubai: A Forward Tale of Two Cities That Could Only Be One</em> (&#8221;Abu Dubai: una storia futura tra due città che potrebbero essere una sola&#8221;) di Mishaal al Gergawi, che predice la fusione tra Abu Dhabi e Dubai. Tra gli altri articoli notevoli la breve storia, scritta da Kayoko Ota, della proposta di Kenzo Tange per un sistema urbanistico destinato all&#8217;<em>haji</em>, il pellegrinaggio alla Mecca (tragicamente naufragata in seguito all&#8217;assassinio di re Feisal ibn Abdul Aziz al Saud avvenuto nel 1975), e le numerose rassegne di ricerche di Sandra Bsat, Daniel Camara e Mitra Khobrou. L&#8217;inserimento di pagine di titoli di giornale e di potenti immagini a piena pagina forniscono un&#8217;istantanea del periodo sulla linea del tempo e uno scorcio del retroterra culturale che doveva ribollire in varie regioni del Golfo. Il tutto fortemente (e accuratamente) autoreferenziale grazie alla disseminazione di asterischi verdi che rimandano agli articoli correlati, tramite i quali il libro diventa quasi un romanzo a trama multipla, che salta da articolo ad articolo, da prospettiva a prospettiva in base a un collegamento aneddotico.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-293" title="p1000687" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/p1000687.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-294" title="p1000689" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/p1000689.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Tra le specifiche lacune del libro l&#8217;intervista di Rem Koolhaas e Todd Reisz a Khalid al Malik, che finisce per diventare quasi una (involontaria?) presentazione di vendita. Un immobiliarista che si diffonde in luoghi comuni sulla sua dedizione idealistica, tutto va sempre bene, affermazioni ingiustificate sul destino di Dubai che attirerà 15 milioni di visitatori entro il 2015. Si potrebbe perfino pensare che queste dichiarazioni vengano sbandierate come vere anche se magari non lo sono, come se fosse semplicemente impossibile che questa visione non si materializzasse. Inoltre il capitolo A<em> proposito dell&#8217;Abu Dhabi Urban Planning Authority (UPC)</em> pare un cartellone pubblicitario d&#8217;autostrada a paragone del resto del libro, il che non sorprende: l&#8217;UPC è il finanziatore unico del libro. L&#8217;articolo, pieno di immagini esemplari di progetti urbanistici, pieghevoli di agenzie immobiliari e di vaghe e ridondanti affermazioni sulla vita sociale e sul benessere, pare voler convincere dei suoi obiettivi l&#8217;UPC stessa non meno del lettore. Dà l&#8217;impressione che il gruppo che meno ha imparato dal decennio trascorso sia l&#8217;unico che lo giustifica.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-295" title="p1000691" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/p1000691.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Oggi che le complessità della regione del Golfo iniziano a venire in luce diventa necessario voltarsi indietro a riflettere al lontano 2007, quando fu pubblicato il primo Al Manakh. I due libri si possono considerare uno il contrappunto dell&#8217;altro, o come un&#8217;affermazione condizionale. Oppure si può anche pensare alle due pubblicazioni come ai primi due episodi di una futura trilogia di grande successo. A quale titolo potrebbe rifarsi <em>Al Manakh 3</em>, l&#8217;episodio conclusivo della trilogia: <em>Il signore degli anelli: il ritorno del re, Indiana Jones: l&#8217;ultima crociata oppure Il buono, il brutto e il cattivo?</em></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-296" title="p1000676" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/p1000676.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
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		<title>A handful of productive paradigms</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 16:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Reviews]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Sara Marini
Bolles + Wilson, A handful of productive paradigms, Bolles + Wilson, Münster 2009

La massa, la grafica e il titolo del recente libro di Bolles+Wilson esplicitano il senso di una ricerca volutamente paradigmatica, dichiaratamente spaesante per chiunque si avvicini a questo lavoro pensando di ritrovarvi quelle tendenze o quei déjà vu che fissano l&#8217;estetica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="None"></a><a href="None"></a></p>
<p>di <b>Sara Marini</b></p>
<p>Bolles + Wilson, <b>A handful of productive paradigms</b>, Bolles + Wilson, Münster 2009</p>
<p><a><img class="alignnone size-medium wp-image-287" title="dscf19981" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/dscf19981.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>La massa, la grafica e il titolo del recente libro di Bolles+Wilson esplicitano il senso di una ricerca volutamente paradigmatica, dichiaratamente spaesante per chiunque si avvicini a questo lavoro pensando di ritrovarvi quelle tendenze o quei déjà vu che fissano l&#8217;estetica dei libri-manifesto dal 1994 in poi. Le immagini che dominano nella costruzione del volume non sono strumento autonomo di fascinazione, ma articolate, usate per esporre un ragionamento. Non c&#8217;è consequenzialità temporale: dallo studio degli autori, nel quale subito si è invitati ad entrare, alle enigmatiche rooms dell&#8217;Hotel New York a Rotterdam, esposte in chiusura, si è condotti dentro la città e nelle ragioni del fondare e del fare architettura.  </p>
<p><a><img class="alignnone size-medium wp-image-286" title="dscf19991" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/dscf19991.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Tre paradigmi sono esposti in apertura: <em>mass, shadow, tectonic</em>; ad essi sono dedicate due delle 295 pagine del volume, le restanti ospitano capitoli tematici (<em>Homebase; Elsewhere projects; Urban choreography; Floating signifiers; Reading places - Reading architecture; Rooms at the Hotel New York, Rotterdam</em>) nei quali testi, ma soprattutto progetti e realizzazioni sostanziano il percorso dello studio tedesco, autore di numerose biblioteche tra cui la <a href="http://www.dse.nl/~ebert/stadtbuecherei/photobook.html" target="_blank">City Library </a>a Münster e del progetto per la <a href="http://www.beic.it/wps/wcm/connect/beic_en/site00/architectural+design/the+winning+design" target="_blank">BEIC </a>a Milano. Alla massa del volume corrisponde infatti una mole significativa di occasioni progettuali internazionali dalla quale si potrebbe semplicisticamente dedurre che il libro sia un catalogo o una monografia ma la sua stessa struttura, il modo con il quale vengono raccontate queste esperienze e le precisazioni al titolo e al senso della pubblicazione esposte in apertura ne evidenziano una natura differente. Il progetto grafico, ad opera di Peter Wilson, si struttura su un&#8217;esposizione chiara, senza sovrapposizioni o multiesposizioni, mentre il materiale grafico molteplice e disarticolato, palesemente non omogeneo, rende espliciti i passaggi necessari alla chiarificazione di una ricerca che porta alla costruzione, che si vuole confrontare con la città e il suo continuo divenire. Si assiste ad un vero e proprio riversamento su carta, mirato, del lavoro prodotto dallo studio, non un racconto artefatto del backstage del fare architettura ma un&#8217;esaltazione della natura spuria dei materiali della città. Gli strumenti usati per concepire, costruire e verificare le risultanti del progetto sono declinati alcuni (rendering, disegni tecnici e fotografie) a raccontare lo spazio disabitato, perché servono a controllare dati dimensionali e tecnici, altri, come gli esemplari acquerelli, a esporre l&#8217;architettura come incubatrice di umanità. Questa, popolata, enuncia la propria ragion d&#8217;essere e di farsi attraversare come spazio pubblico continuo: interni ed esterni si articolano senza soluzione di continuità.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-285" title="dscf2000" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/dscf2000.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-284" title="dscf2001" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/dscf2001.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"> </p>
<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify">I paradigmi raccontati sono offerti come sistemi produttivi: ciò che viene mostrato con chiarezza, ciò che si fa modello è un ragionamento e non una forma o un archetipo; ciò che diventa esemplare è il processo di elaborazione del significato della costruzione. I paradigmi disegnano una costellazione di punti: significanti nel loro insieme ma al tempo stesso capaci di operare autonomamente.</p>
<p>Teoria e pratica convivono e si contaminano a vicenda in questo lavoro. Bolles+Wilson espongono la loro personale ricerca, nutrita di storia, di riflessioni &#8220;radicali&#8221; (come ad esempio il paesaggio di Superstudio presentato nella copertina di Casabella n. 363 del 1972 o il Fun Palace di Cedric Price citato da Julia Bolles nel suo testo sullo spazio pubblico), di culture altre attraverso le quali dare corpo a dicotomie e non a colonizzazioni o mimetismi (come nella Suzuki House, realizzata del 1993, dove il carattere giapponese è declinato in un edificio dichiaratamente figlio della cultura europea, da Diderot a Jeanneret-Le Corbusier); e mostrano assieme i modi del tradurre questa energia &#8220;fondativa&#8221; in architettura reale, realmente desiderosa di partecipare alla trasformazione della città, veramente capace di trasmettere il piacere di pensare e fare architettura per un mondo abitato. </p>
<p><a href="None"></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-283" title="dscf2002" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/dscf2002.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a> </p>
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		<title>Riflettere sul progetto a partire dallo spazio della biblioteca</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 17:14:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Reviews]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Sara Marini
Antonella Agnoli, Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà, Roma-Bari, Laterza 2009

Può apparire provocatorio ipotizzare che oggi si possa ragionare sul progetto, rifondarne gli assunti, ricercare nuove possibilità, o forse ricordare possibilità dimenticate, di costituzione del luogo pubblico, partendo dallo spazio della biblioteca. Quelle che Antonella Agnoli chiama &#8220;piazze del sapere&#8221; potrebbero essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="None"></a></p>
<p>di <b>Sara Marini</b></p>
<p>Antonella Agnoli, <b>Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà</b>, Roma-Bari, Laterza 2009</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-277" title="agnoli-01ok" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/agnoli-01ok.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Può apparire provocatorio ipotizzare che oggi si possa ragionare sul progetto, rifondarne gli assunti, ricercare nuove possibilità, o forse ricordare possibilità dimenticate, di costituzione del luogo pubblico, partendo dallo spazio della biblioteca. Quelle che Antonella Agnoli chiama &#8220;piazze del sapere&#8221; potrebbero essere banalmente giudicate come realtà fortemente in conflitto con il ‘contemporaneo&#8217;: minate nella loro ragion d&#8217;essere dallo sviluppo tecnologico e dalla difficoltà di decodificare i caratteri dello spazio della condivisione. Oltretutto l&#8217;autrice, che ha studiato architettura, ma si è dedicata da sempre alla gestione di biblioteche, costruisce un libro dichiaratamente di settore nel quale dedica un intero capitolo alla professione del bibliotecario. Ma bollare semplicemente questo lavoro come indagine sulle biblioteche sarebbe un errore. Il titolo ci offre una serie di tracce, attraverso una successione di termini importanti ed impegnativi, soprattutto per chi progetta, disegna uno sfondo ampio: la biblioteca pubblica può essere gestita come una piazza del sapere e diventare così un nuovo baluardo di libertà.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-279" title="agnoli-07ok" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/agnoli-07ok.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Il libro è strutturato in diverse sezioni che disegnano l&#8217;incedere dai dati dello scenario nazionale ad esempi in cui la biblioteca assume connotati propri dello spazio pubblico. L&#8217;inizio è un po&#8217; drammatico: Antonella Agnoli dà i numeri su volumi, lettori, biblioteche. Il destino del libro sembra segnato: uscire dalle biblioteche e finire in un museo, forse più per mancanza di estimatori che a causa della concorrenza dei supporti tecnologici. Ma all&#8217;inizio, che riporta alla memoria lo sterminio dei libri narrato da Hrabal in <em>Una solitudine troppo rumorosa</em>, segue il vero obiettivo dell&#8217;autrice: raccontare una visione militante e inaspettatamente ottimista. Agnoli prende in considerazione, senza fare sconti, la responsabilità di chi gestisce lo spazio della biblioteca e racconta, citando casi concreti, tra i quali la biblioteca del San Giovanni di Pesaro da lei diretta per anni, che la ‘trasformazione&#8217; di tale luogo in piazza si può fare. A Pesaro ha compiuto un ‘miracolo&#8217;: un miracolo che si ripete in altre situazioni italiane e soprattutto straniere, come racconta l&#8217;autrice, un miracolo costruito sulla gestione dello spazio. (La scrittrice quando presenta il proprio lavoro rimarca con giusto moto d&#8217;orgoglio che le mamme di Pesaro erano solite fermarla per strada per chiederle spiegazioni sul fatto che le figlie adolescenti avessero cambiato la loro meta del sabato o della domenica pomeriggio: andavano in biblioteca!).</p>
<p>Da qui emerge un primo punto fondamentale nella costruzione dello spazio pubblico: la sua gestione. Prendendo sempre ad esempio la biblioteca del San Giovanni, la sua natura di architettura-strada, scorciatoia per passare da un punto all&#8217;altro della città, viene accolta come opportunità nella gestione della struttura. Eliminando barriere della comunicazione ma anche dell&#8217;arredo si abbattono i confini tra biblioteca e città, per far scivolare dentro i cittadini anche solo per un moto di curiosità o per ‘perdere tempo&#8217;.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-278" title="agnoli-05ok" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/11/agnoli-05ok.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>La biblioteca comunale assume così quel ruolo urbano e sociale che le compete: declinando coscientemente in parte la possibilità di coltivare il silenzio sacrale necessario allo studio e alla riflessione, rimandando questa missione a biblioteche più specializzate e offrendo spazi più riservati agli ultimi piani, si disegna un paesaggio del sapere e della sua custodia giustamente variato.</p>
<p>Lo spazio di queste architetture è paragonato a quello delle piazze perchè aperto, strutturato con elementi flessibili che ne facilitino l&#8217;uso (è importante notare che a differenza delle fotografie d&#8217;architettura quelle che Agnoli riporta nel suo testo raccontano luoghi ‘contaminati&#8217; dalla presenza dei cittadini), disponibile ad accogliere piuttosto che imporre azioni. Un capitolo è titolato <em>Dell&#8217;imparare dai supermercati</em> ovvero come facilitare orientamento e accoglienza del fruitore. Tale questione viene affrontata anche ricordando l&#8217;esistenza della prossemica: disciplina che studia come le persone si muovono nello spazio e come questo sapere può guidare la costruzione e la gestione dello spazio della biblioteca come quello della piazza. Viene fondamentalmente messo al centro del testo l&#8217;utente piuttosto che il libro, il valore di quest&#8217;ultimo è in relazione al rapporto che può instaurare con l&#8217;ipotetico lettore. Inseguendo questo punto di vista la biblioteca può ibridarsi con altre funzioni: accogliendo, offrendo quei servizi e quelle attività che possano catapultare virtualmente, in base alle proprie esigenze, l&#8217;utente nel proprio spazio privato, dove stare comodamente in poltrona o godere di una particolare vista sulla città. La città appunto diventa il soggetto di questo libro che parla di biblioteche ma che cercando nuove energie dello spazio pubblico (rubate dai luoghi del commercio o dalla residenza privata), avvicinando i libri a tutti i cittadini, avvicinando quindi tra loro i cittadini, anche grazie alla mixité delle funzioni presenti nello stesso luogo, scrive di libertà e di come questa &#8220;sostanza&#8221; possa permeare il progetto.</p>
<p>&#8220;In un mondo dove abbiamo barattato l&#8217;illusione della sicurezza con un controllo capillare delle nostre vite, dove chiediamo con insistenza più telecamere a sorvegliare i luoghi pubblici e più guardie a proteggere quelli privati, le biblioteche, le piazze, i parchi devono essere difesi come territori dell&#8217;anonimato, dell&#8217;incontro casuale, della libertà metropolitana.&#8221; (Agnoli, p. 154)</p>
<p> </p>
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		<title>Unifying Africa, with football</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 15:37:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Reviews]]></category>

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di Laura Bossi
Unifying Africa, edited by Uche James Iroha, Lagos 2010
 
Simon Kuper è un acuto studioso dell&#8217;universo calcio: in Calcio e Potere, uno dei saggi più intelligenti che siano stati scritti sul rapporto tra calcio e politica, il giornalista olandese racconta che, quando scende in campo la nazionale di un qualsiasi paese africano, l&#8217;intero continente si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="None"></a></p>
<p><a href="None"></a><a href="None"></a><a href="None"></a><a href="None"></a><a href="None"></a>di <b>Laura Bossi</b></p>
<p><b>Unifying Africa</b>, edited by Uche James Iroha, Lagos 2010</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-268" title="dscf2003" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2003.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a> </p>
<p>Simon Kuper è un acuto studioso dell&#8217;universo calcio: in <em>Calcio e Potere</em>, uno dei saggi più intelligenti che siano stati scritti sul rapporto tra calcio e politica, il giornalista olandese racconta che, quando scende in campo la nazionale di un qualsiasi paese africano, l&#8217;intero continente si schiera dalla sua parte. Lo stesso non si può certo dire per l&#8217;Europa: quando la Francia perde, gli italiani non si stracciano certo le vesti. Anzi&#8230;</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-270" title="dscf2004" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2004.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-271" title="dscf2005" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2005.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Non è, quindi, strano che un&#8217;istituzione, così fortemente impegnata nei Paesi in via di sviluppo come la fondazione olandese Prince Claus Fund, abbia sostenuto la pubblicazione di <em>Unifying Africa, with football</em>. Realizzata dal nigeriano James Iroha in collaborazione con alcuni tra i più interessanti fotografi africani, questa raccolta riunisce oltre 500 immagini in grado di dimostrare che il calcio è veramente un elemento di coesione sociale, in grado di valicare i confini delle singole nazioni. In altre parole, il calcio riesce dove la politica fallisce.</p>
<p><a href="None"></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-274" title="dscf2008" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2008.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Allo stesso tempo, <em>Unifying Africa, with football</em> è un caleidoscopio di colori e di visi umani che rivela la passione per questo sport anche nel più desolante dei paesaggi urbani come, per esempio, le baraccopoli di Monrovia, in Liberia, o i campi improvvisati di Banku, in Ghana. Ed è, infine, una sorta di viaggio visivo attraverso tutto il continente africano, con particolare enfasi in Nigeria e in Ghana: portatore, sicuramente, di una sorta di speranza nel futuro.</p>
<p>Direttore del PhotoGarage Lagos, una piattaforma di scambio culturale dedicata, in particolare, alla fotografia, James Iroha ha vinto nel 2008 il premio Prince Claus Awards. Hanno inoltre partecipato al progetto, tra gli altri, Michael Tsegaye (Etiopa), George Osodi e Andrew Esiebo (Nigeria).</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-273" title="dscf2007" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2007.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-275" title="dscf2009" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2009.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
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		<title>Architecture on Display</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Oct 2010 08:44:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Reviews]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Jessica Reynolds
Architecture on Display: On the History of the Venice Biennale of Architecture, Aaron Levy e William Menking, AA Publications, London 2010
 


In questa introduzione alla storia della Biennale d&#8217;Architettura di Venezia, consistente in undici interviste con i presidenti che vi si sono succeduti e con il presidente in carica, Levy e Menking analizzano le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="None"></a></p>
<p><a href="None"></a>di <b>Jessica Reynolds</b></p>
<p><b>Architecture on Display: On the History of the Venice Biennale of Architecture</b>, Aaron Levy e William Menking, AA Publications, London 2010</p>
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<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-266" title="per_21_ottobre_1" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/per_21_ottobre_1.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-267" title="per_21_ottobre_32" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/per_21_ottobre_32.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"></a>In questa introduzione alla storia della Biennale d&#8217;Architettura di Venezia, consistente in undici interviste con i presidenti che vi si sono succeduti e con il presidente in carica, Levy e Menking analizzano le complesse questioni critiche, politiche ed economiche che stanno dietro questa &#8220;istituzione viva&#8221;.</p>
<p>Anche se La Biennale d&#8217;Architettura fu ufficialmente inaugurata nel 1980 con la mostra <em>La presenza del passato</em> a cura di Paolo Portoghesi, il libro ne colloca le origini ufficiose cinque anni prima, nella mostra<em> A proposito del Mulino Stucky</em> di Vittorio Gregotti (1975) ai Magazzini del Sale alle Zattere, che esponeva le proposte del concorso bandito per trasformare i mulini della Giudecca abbandonati (oggi sede dell&#8217;Hilton Venice Hotel). Il percorso tematico, dall&#8217;originaria visione di Gregotti all&#8217;attuale mostra <em>People Meet in Architecture</em> ["La gente si incontra nell'architettura"] di Sanaa, è una prova della continuità curatoriale in fatto di programmi urbanistici e sociali, oltre che della presenza di nuove direzioni di ricerca come la puntualità di <em>Next</em> di Deyan Sudjic (2002) e la completezza di <em>Out there: Architecture Beyond Building</em> ["Fuori di qui: l'architettura al di là dell'edilizia"] di Aaron Betsky (2008). </p>
<p><a href="None"></a></p>
<p>Temi probabilmente altrettanto importanti sono le tecniche di esposizione dell&#8217;architettura. Le conversazioni raccolte nel libro fanno ripetutamente riferimento all&#8217;esemplare installazione <em>Strada noviss</em>ima ideata nel 1980 da Paolo Portoghesi, che invitò architetti di tutto il mondo a progettare facciate destinate a comporre un modello reale di strada tra le Corderie e l&#8217;Arsenale. Spiega Portoghesi: &#8220;L&#8217;idea era di non mostrare immagini dell&#8217;architettura ma di esporre architettura reale&#8221;. Il desiderio di spingere la rappresentazione verso l&#8217;esperienza viva e verso la teatralità è evidente nell&#8217;uso di linguaggi interattivi (la scelta di video e proiezioni da parte di Richard Burnett per creare una mostra che stesse in un CD), di modelli e installazioni di grande scala (Kazuyo Sejima parla di &#8220;atmosfere&#8221; - tra parentesi l&#8217;unica voce femminile del libro), di modelli in scala reale, di frammenti di edificio (la sala<em> Episode</em> di Kurt Foster) e di eventi (la proposta di Sudjic di esporre fuochi d&#8217;artificio). Il problema di come attirare il pubblico, dal critico della cultura allo studente d&#8217;architettura al generico turista, è analizzato attraverso questi differenti modi di comunicare, mentre Massimiliano Fuksas ironicamente afferma che nell&#8217;architettura non è la gente a incontrarsi, ma gli architetti.  </p>
<p>Curiosamente, date le dimensioni e la fama, la mancanza di fondi (oltre che di tempo) si rivela come il vincolo più pesante della Biennale, e ogni direttore ha dovuto trovare un suo modo di accrescere le proprie magre risorse. Francesco Dal Co descrive il suo ruolo fondamentale nell&#8217;incoraggiare altri paesi a finanziare la Biennale, in origine manifestazione prevalentemente italiana. È affascinante penetrare nelle varie strutture amministrative dei vari padiglioni della Biennale, che tutti insieme costituiscono una categoria microgeopolitica veneziana, con le più recenti aggiunte di Cina, Abu Dhabi e altri paesi emergenti.</p>
<p>La funzione di archivio della Biennale di Venezia (tema e ambizione della pubblicazione) viene analizzato su due versanti: prima di tutto quello delle costruzioni permanenti della Biennale, compresa l&#8217;acquisizione dello stupendo Arsenale a opera di Portoghesi, la ristrutturazione paesaggistica dei Giardini prevista da Kurt Foster e completata sotto la guida di Betsky, la creazione di una nuova libreria progettata da James Stirling su invito di Dal Co (libreria che ora ospita la &#8220;bibliografia&#8221; della Biennale) e la creazione da parte di Hans Hollein del Leone d&#8217;Oro per l&#8217;Architettura. E in secondo luogo l&#8217;aspetto rappresentato dalla pletora di realizzazioni effimere come i cataloghi d&#8217;esposizione e le informazioni coordinate via smartphone ed e-mail che di solito spariscono con ciascun direttore. Il presidente della Biennale Paolo Baratta discute i suoi progetti di valorizzazione della raccolta di questi materiali d&#8217;archivio, oltre che della sua idea di un istituto di ricerca parallelo e permanente, particolarmente d&#8217;attualità con l&#8217;accoglimento dell&#8217;organizzazione di mostre d&#8217;architettura tra le discipline accademiche autonome.</p>
<p>Questi dialoghi ricchi di aneddoti, simmetricamente racchiusi in ordine cronologico tra l&#8217;<em>Introduzione</em> di Levy e la <em>Postfazione</em> di Menking (che in coppia sono stati i commissari degli Stati Uniti nel 2008) e con una prefazione di Brett Steele, danno un ritratto convincente della Biennale d&#8217;Architettura di Venezia come infrastruttura operativa invece che come sequela di eventi scollegati. La grafica minimalista del volume (pagine bianco panna racchiuse in una copertina bianca riempita di grandi caratteri neri) è il riflesso del tono non formale del testo, adeguato al &#8220;parlato&#8221; alla maniera di Hans Ulrich Obrist: simbolo della natura temporanea della stessa Biennale. In sintonia con la stringatezza concettuale del progetto l&#8217;unica intervista mancante è rappresentata da una singola immagine nel risguardo della quarta di copertina: una foto in bianco e nero del <em>Teatro del mondo</em> galleggiante di Aldo Rossi (1980), che apre una prospettiva sulle potenzialità teatrali delle Biennali d&#8217;architettura passate e future, e anticipa un seguito esauriente di questa pubblicazione. </p>
<p><a href="None"></a></p>
<p> </p>
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		<title>Fotografia e architettura</title>
		<link>http://blog.domusweb.it/reviews/fotografia-e-architettura/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 16:25:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Reviews]]></category>

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		<description><![CDATA[

di Valia Barriello
La misura dello spazio. Fotografia e architettura: conversazioni con i protagonisti, a cura di Maria Letizia Gagliardi, Contrasto, Roma 2010 (pp. 150, € 21,90)

 Si parla di architettura e di fotografia nel libro a cura di Maria Letizia Gagliardi, edito da Contrasto, e si parla di entrambe unitamente. Le due discipline, o più correttamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: left"><span style="font-size: 9pt; font-family: Verdana;"><a href="None"></a></span></p>
<p><a href="None"></a><a href="None"></a></p>
<p>di <b>Valia Barriello</b></p>
<p><b>La misura dello spazio. Fotografia e architettura: conversazioni con i protagonisti</b>, a cura di Maria Letizia Gagliardi, Contrasto, Roma 2010 (pp. 150, € 21,90)</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-255" title="dscf2015" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2015.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p> Si parla di architettura e di fotografia nel libro a cura di Maria Letizia Gagliardi, edito da Contrasto, e si parla di entrambe unitamente. Le due discipline, o più correttamente le due arti, anche se apparentemente indipendenti l&#8217;una dall&#8217;altra, sono strettamente legate da elementi che le alimentano entrambe come: luce, misura, atmosfera, spazio e colore.La curatrice del volume, architetto e dottore di ricerca presso la facoltà di Udine, decide di interrogare i veri e propri artisti, in questo caso i fotografi, che per primi si sono misurati con lo spazio architettonico.</p>
<p>Molti degli autori intervistati hanno fondato la loro intera professione su scatti di architettura e paesaggio, hanno fatto loro e inglobata, mettendola al centro dell&#8217;obiettivo, l&#8217;arte della costruzione. Le interviste sono singole, i fotografi 26 e 18 le domande, uguali per tutti, ma il dialogo che si crea è corale, è quasi un dibattito che ruota intorno al tema in oggetto. La tematica da riportare alla luce è proprio quel magico rapporto che si crea durante lo scatto d&#8217;architettura. Si scopre così, alla domanda in apparenza banale <em>&#8220;Cos&#8217;è per te la fotografia?&#8221;</em>, che significato abbia per ogni professionista il suo lavoro. Per Gabriele Basilico la fotografia è allo stesso tempo arte mestiere e gioco, mentre per Gianni Berengo Gardin è un modo di documentare la realtà, o ancora, per Patrizia della Porta è la propria percezione del mondo. Tutte risposte diverse che con semplicità dimostrano come ogni artista viva il rapporto con lo spazio che fotografa in maniera personale.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-256" title="dscf2016" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2016.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p> <a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-257" title="dscf2017" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2017.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Le interviste sono divise in tre sezioni non tanto per necessità di catalogazione, come sottolinea la curatrice, ma per dare una lettura emozionale delle interviste. Nella prima sezione &#8220;Architetture vissute&#8221; si ritrovano quei fotografi che come soggetto hanno privilegiato i luoghi o gli edifici &#8220;sporcati&#8221; dall&#8217;uomo, rovinati non solo dal tempo ma dall&#8217;usura come: Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Francesco Jodice, Lorenzo Mussi e altri. Nella seconda &#8220;Brani di architettura&#8221; M.L.Gagliardi ha raggruppato gli artisti che con i loro scatti hanno sempre cercato di raccontare una storia o di indagare oltre la realtà manifesta come: Pino Musi, Paolo Rosselli e Moreno Maggi, solo per fare alcuni nomi. E nell&#8217;ultima parte &#8220;I luoghi del vivere&#8221; rientrano i professionisti che hanno abbracciato panoramiche più urbane da Massimo Vitali a Luca Campigotto.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-258" title="dscf2018" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2018.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-259" title="dscf2019" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2019.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-260" title="dscf2020" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/10/dscf2020.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Quello che incuriosisce maggiormente di questo volume è scoprire l&#8217;iter di ogni singolo artista, di come sia approdato, spesso da altre specializzazioni, alla fotografia e di come in un secondo momento abbia deciso di concentrare la sua poetica sugli edifici e il paesaggio urbano. Molti da facoltà di architettura, altri seguendo le orme del genitore, altri ancora seguendo una passione giovanile si sono ritrovati tutti a interrogarsi sullo spazio, a misurare non solo le sue distanze ma le sue luci e le sue ombre e anche i tempi di sospensione che richiede uno scatto. Tutte queste visioni, tecniche e passioni emergono dalle interviste del volume.Quello che lascia un po&#8217; delusi all&#8217;inizio è che, pur trattandosi di un libro dedicato alla fotografia, non ha molte immagini, ma solo 26, una per autore e, scelte dall&#8217;autore stesso come proprio scatto più significativo. Si comprende poi che questa giusta selezione induce a riflettere maggiormente su ogni singola immagine, ad immedesimarsi per un istante dietro al cavalletto e a guardare nell&#8217;obiettivo. Si vede così lo scorcio ideale, l&#8217;architettura attraverso un solo punto di vista, la giusta misura che il fotografo ha voluto rendere allo spazio che stava vivendo.</p>
<p> </p>
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		<title>Ecological Urbanism</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Sep 2010 11:21:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Reviews]]></category>

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		<description><![CDATA[di Jessie Turnbull
Ecological Urbanism, a cura di Moshen Mostafavi and Gareth Doherty, Lars Müller Publishers, Baden 2010 (pp. 656, € 39.90)


La prima parte della corposa pubblicazione della Harvard University Graduate School of Design Ecological Urbanism (&#8221;Urbanistica ecologica&#8221;) si intitola Anticipate (&#8221;Anticipare&#8221;) e presenta una tavola grafica realizzato da IDS Architects. Per riprendere la forma della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Jessie Turnbull</p>
<p><b>Ecological Urbanism</b>, a cura di Moshen Mostafavi and Gareth Doherty, Lars Müller Publishers, Baden 2010 (pp. 656, € 39.90)</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-250" title="untitled2" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/untitled2.bmp" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-248" title="p1000646" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p1000646.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>La prima parte della corposa pubblicazione della Harvard University Graduate School of Design <em>Ecological Urbanism</em> (&#8221;Urbanistica ecologica&#8221;) si intitola <em>Anticipate</em> (&#8221;Anticipare&#8221;) e presenta una tavola grafica realizzato da IDS Architects. Per riprendere la forma della precedente recensione e usare una parafrasi concisa, il giovane studio belga individua tre problemi connessi con la tendenza urbanistica incentrata sulla sostenibilità: la <b>definizione</b>, la <b>popolarità</b> e l&#8217;<b>ambizione</b>. Ho usato queste categorie come sintetica cornice della disamina critica di questo massiccio libro.</p>
<p>Il problema della <b>definizione</b> è una questione che riguarda in prima istanza la retorica (che cosa significa esattamente essere &#8220;verde&#8221;, &#8220;sostenibile&#8221;, oppure &#8220;ecologico&#8221;?) ma anche i confini fisici del settore (abbiamo davvero a che fare solo con l&#8217;urbano, e possiamo distinguerlo chiaramente dal rurale?) e i suoi confini disciplinari (in una pubblicazione di questo genere che rapporto c&#8217;è, con precisione, tra architetti, artisti, ingegneri, economisti, agronomi, filosofi, pianificatori, politici?). I libro amplia il campo dall&#8217;urbanistica del paesaggio per affrontare questioni teoriche ambientali ed ecologiche e per includere il più ampio quadro disciplinare che definisce la condizione urbana. La differenza tra urbanistica ecologica e urbanistica del paesaggio resta per certi aspetti vaga, e i termini &#8220;ecologico&#8221;, &#8220;verde&#8221; e &#8220;sostenibile&#8221; sono liberamente intercambiabili, come conseguenza del problema di definire i modi di una strategia ecologica. L&#8217;ecologia è intrinsecamente difficile da classificare, come si evince dalle ripetute critiche alla ristrettezza dei vincoli definiti dalla LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) e da altri standard di sostenibilità.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-247" title="p1000647" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p1000647.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Questa pluralità di significati si riflette nell&#8217;organizzazione caotica del libro. Progetti disparati, ricerche analitiche e scritti teorici sono raggruppati sotto titoli vaghi come <em>Collaborate</em> (&#8221;Collaborare&#8221;) e <em>Adapt</em> (&#8221;Adattare&#8221;), segno di una tendenza complessiva alle soluzioni informali. In buona sostanza molte metodologie e molti progetti evitano prese di posizione formali in favore di interventi di piccola scala, progetti urbanistici interstiziali e soluzioni pragmatiche. Molti articoli citano l&#8217;auto-organizzazione delle favelas e delle baraccopoli brasiliane, indiane, africane, mentre nodi, reti e campi sono i principi organizzativi d&#8217;elezione. Nel libro la formalizzazione compiuta resta soltanto aneddotica, nei monumenti di Peter Galison alla spazzatura nucleare e nei metodi di Zhang Huan per innalzare il livello dell&#8217;acqua in uno stagno.</p>
<p>Dal caotico tentativo di mettere insieme i contenuti di un convegno e di una mostra esce un ordine cronologico, un &#8220;equilibrio ipotetico&#8221; come dice Mostafavi nell&#8217;introduzione, tra il riesame dei progetti passati, prendendo atto della situazione attuale e cercando di porvi rimedio, e lo sguardo rivolto alle soluzioni per il futuro. Mostafavi identifica questo movimento come uno strumento per definire un modello di pianificazione più coerente, in grado di riunire gli sforzi di gruppi differenti come quelli rappresentati dagli autori riuniti nel libro: dagli innovatori popolari a coloro che evocano le nostalgiche teorie di Gaia.</p>
<p>Quanto al problema della <b>popolarità</b> dell&#8217;ecologia, esso viene finalmente affrontato dal libro. La deliberata scelta di una copertina rosso vivo (invece dell&#8217;onnipresente verde ecologico) e la decadente (ma riciclata) massa di carta sono in grado di dare risalto a questi problemi nelle librerie specializzate in architettura e nella testa degli architetti. L&#8217;ecologia è inevitabilmente un tema non popolare, che richiede &#8220;umiltà&#8221; da parte dell&#8217;architetto, come ha sottolineato Rem Koolhaas, nonché un ritorno alle teorie della Deep Economy degli anni Settanta, cariche di connotazioni passatiste, come ha notato Kwinter. Il problema non sta solo nel fatto che la sostenibilità non era di moda, ma che era anche restrittiva e fastidiosa da mettere in pratica, facendo dell&#8217;architettura &#8220;un compito invece che una passione&#8221; (JDS) mentre dovrebbe essere &#8220;liberatoria invece che oppressiva&#8221; (Kwinter). I libro presenta, grazie alla mano leggera del curatore, esperti di sostenibilità di profonda serietà come Koen Steemers accanto ad artisti ambigui come Chris Neiman, dando al lettore tutti gli stimoli visivi e teorici che si possano desiderare per impegnarsi ambiziosamente nel campo dell&#8217;urbanistica ecologica.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-252" title="p10006501" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p10006501.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Mostafavi definisce le <b>ambizioni</b> dell&#8217;urbanistica ecologica attraverso l&#8217;individuazione di tre forme internazionali dell&#8217;ecologia contemporanea, riprese da un quotidiano, dando per scontata l&#8217;ampia portata degli strumenti del convegno, del libro e del dibattito costante. Il sottotitolo del convegno, Città del futuro alternative e sostenibili, è palesemente non rispettato e i contenuti del volume guardano sia indietro sia avanti, suggeriscono di sperimentare, misurare, percepire, adattare, incubare, rimediare e collaborare per realizzare un&#8217;urbanistica ecologica (in ogni accezione).</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-253" title="p1000651" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p1000651.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>L&#8217;introduzione di Mostafavi definisce il libro come una cornice, ma al primo sguardo esso appare più un compendio enciclopedico di tutte le idee su qualunque argomento ecologico degli ultimi dieci anni. È un catalogo che avrebbe meritato, sotto l&#8217;aspetto sistematico, un poco più di precisione da parte del curatore. In termini di prospettiva le proposte architettoniche partono dalla scala iperlocalistica del percorso dei rifiuti di New York ma superano la scala dell&#8217;architettura per abbracciare le infrastrutture, gli ecosistemi e infine le fasce planetarie con il programma di energia eolica <em>Zeekracht</em> di OMA.</p>
<p>Il libro è infinitamente autoreferenziale, con commenti che vanno dal ripensamento delle idee di Waldheim dell&#8217;introduzione di Mustafavi agli interventi di Koolhaas, Bhadi e Kwinter e ai post del blog del convegno che danno conto delle reazioni, filtrate ma &#8220;immediate&#8221;, ai discorsi tenuti in diretta. Il recente convegno, svoltosi in occasione dell&#8217;apertura riservata della Biennale di Venezia 2010 lo scorso agosto, dà la certezza che i problemi sollevati con tanta eloquenza diciotto mesi fa a Boston continuano a raggiungere un pubblico raffinato e sensibile.</p>
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		<item>
		<title>Christien Meindertsma, Pig 05049</title>
		<link>http://blog.domusweb.it/reviews/christien-meindertsma-pig-05049/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Sep 2010 13:09:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Reviews]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Roberta Tenconi
Pig 05049, Christien Meindertsma, Flocks 2007 (pp. 185, $ 64.95)

Secondo l&#8217;oroscopo cinese il 2007 è stato l&#8217;anno del maiale, un segno associato all&#8217;idea di fertilità, e forse non è un caso che in quello stesso anno è stato portato avanti un progetto di studio che vede protagonista un maiale di un allevamento olandese. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="None"></a><a href="None"></a></p>
<p>di <b>Roberta Tenconi</b></p>
<p><b>Pig 05049</b>, Christien Meindertsma, Flocks 2007 (pp. 185, $ 64.95)</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-238" title="5" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/5.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Secondo l&#8217;oroscopo cinese il 2007 è stato l&#8217;anno del maiale, un segno associato all&#8217;idea di fertilità, e forse non è un caso che in quello stesso anno è stato portato avanti un progetto di studio che vede protagonista un maiale di un allevamento olandese. Pig 05049, dal numero di matricola dell&#8217;animale, è il libro che ripercorre questa ricerca: per tre anni Christien Meindertsma, una giovane designer diplomata all&#8217;Accademia di Eindhoven, ha seguito le sorti di Pig 05049, dalla macellazione all&#8217;immissione delle sue parti nella catena di produzione industriale, alimentare e non. Dai 103,7 chili di massa dell&#8217;animale sono stati ottenuti 3 chili di pelle, 15,2 chili di ossa, 54 di carne, 14,1 di organi interni, 5,5 chili di sangue, 5,4 chili di grasso e 6,5 di materiale vario: ogni suo singolo grammo è stato processato e trasformato in prodotti, alcuni ovvi - come prosciutti, salsicce, insaccati - altri difficilmente immaginabili. La gelatina proveniente dalla pelle è finita in liquirizie, gomme da masticare, caramelle, torrone, glassa per dolci, persino cheesecake e tiramisù.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-243" title="2" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/2.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"></a></p>
<p><a href="None"></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-242" title="11" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/11.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Il grasso è stato utilizzato per creme anti rughe, shampoo e balsamo per capelli. Dalle ossa si è ottenuto un agente collante per ceramiche; la sua valvola cardiaca è stata impiegata in medicina per sostituirne una umana danneggiata. Leccalecca, marshmallow, birra, vino rosso tutti contengono una percentuale di elementi derivati dal maialino olandese 05049. Lo stesso vale per carta e pellicola fotografica, lastre per raggi X, vernici industriali, fiammiferi, carta da parati, sapone in polvere, antighiaccio per automobili, pastelli a cera, candele, medicinali, filtri per sigarette e perfino bio-disel.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-244" title="4" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/4.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Se nella più antica tradizione contadina del maiale macellato non si buttava nulla, ora, su scala industriale, le cose sono andate ben oltre complicandosi parecchio, e sfogliando il libro è sorprendente vedere il numero e la varietà di prodotti non commestibili che provengono da questo animale. Curiosa, per esempio, è la produzione di un certo tipo di pallottole fabbricate negli Stati Uniti in cui una gelatina derivata dalle ossa è utilizzata per favorire la conduzione della polvere da sparo all&#8217;interno del proiettile. Attenzione però, la ricerca di Christien Meindertsma è strettamente collegata al caso di Pig 05049 e non è detto che tutti gli shampoo contengano elementi derivati dal maiale.</p>
<p><a href="None"></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-245" title="3" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/3.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Nel libro 185 immagini in perfetta scala reale 1 a 1 mostrano i 185 prodotti finali ricavati da Pig 05049 con l&#8217;indicazione, per ciascuno di essi, della quantità di grammi di animale utilizzato. Poche, pochissime, le parti di testo. Le parole sono infatti affidate solo a un&#8217;introduzione firmata da Lucas Verweij, direttore dell&#8217;Accademia di Architettura e Design Urbano di Rotterdam, a una brevissima spiegazione d&#8217;intenti dell&#8217;autrice e alle sintetiche descrizioni che accompagnano ciascuna illustrazione. In formato tascabile, quasi fosse un breviario, il volume ha una copertina in cartoncino marrone (un&#8217;edizione limitata è rilegata rigorosamente con pelle di maiale) e sul dorso è pinzato il numero di identificazione del maialino in esame - un disco di plastica giallo identico a quello punzonato all&#8217;orecchio di Pig 05049.</p>
<p>Il libro, elegantissimo, ha vinto l&#8217;Index Award 2009 nella categoria Playful ma non ha nulla di frivolo. L&#8217;approccio è enciclopedico, per non dire scientifico, nel suo procedere seguendo un rigoroso ordine di classificazione e suddivisione dei prodotti in base alla loro provenienza. L&#8217;intento è in verità ancor più nobile. Pig 05049 è visivamente e concettualmente una dissezione non solo del maiale in esame ma, su scala più ampia, si potrebbe dire di tutta la complessità del reale. Conoscere e comprendere l&#8217;origine delle cose è il primo passo per vedere la realtà con occhi differenti e prendersene cura. Molto di quello che ci circonda ha un inizio insospettabile; persino gli oggetti più normali che - letteralmente - tocchiamo con mano ogni giorno. Da rimanere sorpresi.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-241" title="0" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/0.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
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		<title>First Works: Emerging Architectural Experimentation</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 13:06:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[di José Esparza
First Works: Emerging Architectural Experimentation of the 1960s &#38; 1970s, a cura di Brett Steele and Francisco González de Canales, AA Publications, Londra 2009 (pp. 284)

Durante una conferenza del trentacinquenne Julien De Smedt uno spettatore gli chiese da dove gli venisse l&#8217;ispirazione per la reinvenzione creativa dei suoi progetti. L&#8217;architetto diede una risposta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="None"></a><a href="None"></a><a href="None"></a><a href="None"></a>di <strong>José Esparza</strong></p>
<p><b>First Works: Emerging Architectural Experimentation of the 1960s &amp; 1970s</b>, a cura di Brett Steele and Francisco González de Canales, AA Publications, Londra 2009 (pp. 284)</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-225" title="1" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/1.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Durante una conferenza del trentacinquenne Julien De Smedt uno spettatore gli chiese da dove gli venisse l&#8217;ispirazione per la reinvenzione creativa dei suoi progetti. L&#8217;architetto diede una risposta semplicissima: &#8220;Sono giovane&#8221;. L&#8217;età, quando affronta un progetto d&#8217;architettura, è un innegabile fattore di creatività disinibita: semplicemente non è possibile prendere una strada sbagliata. Non ci sono assunti o aspettative precedenti. Quando si è giovani si può solo andare avanti.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-229" title="p10006532" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p10006532.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Il catalogo First Works: Emerging Architectural Experimentation of the 1960s &amp; 1970s, che accompagna la mostra omonima allestita all&#8217;Architectural Association Gallery &amp; Front Members Room (novembre 2009-febbraio 2010), passa in rassegna gli interessi di una generazione di (allora) giovani professionisti profondamente sensibili all&#8217;influsso di un tumultuoso periodo di manifestazioni radicali e di pratiche sperimentali. Per citare Brett Steele, presidente dell&#8217;Architectural Association e curatore della mostra e del volume, si tratta di &#8220;una raccolta di venti progetti iconici d&#8217;architettura elaborati in un&#8217;epoca in cui i capelli erano più lunghi, i modi erano più sbrigativi e la competenza disciplinare (e non solo la fiducia generazionale nel cambiamento del mondo) molto più appassionata&#8221;.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-231" title="p10006541" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p10006541.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Si potrebbe obiettare che non esiste un metodo oggettivo per misurare i &#8220;modi&#8221; e l&#8217;&#8221;audacia&#8221; ma è indiscutibile che le manifestazioni rappresentate in queste prime opere di questo gruppo di personaggi, oggi importanti nel mondo dell&#8217;architettura, siano un ritratto nitido del complesso clima geopolitico e professionale di due decenni che furono di rottura. Il libro offre un acuto panorama della carica creativa del loro debutto, presentato attraverso disegni originali , schizzi, modelli e rare fotografie dei loro primi successi architettonici. I commenti di storici, critici e architetti (per la maggior parte direttamente collegati, in un modo o nell&#8217;altro, a ciascun architetto) permettono una lettura più profonda del lavoro dell&#8217;autore.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-232" title="p1000655" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p1000655.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>First Works è il ritratto dello sforzo comune di una generazione impegnata criticamente a cambiare la tendenza modernista dell&#8217;architettura dell&#8217;epoca. Tra i progetti figuravano una serie di elaborati che andavano dalle tesi di laurea alle prime strutture costruite. Il libro, più agile, segue una semplice struttura che alterna progetto e commento. In ordine cronologico presenta l&#8217;opera di Robert Venturi, Michael Webb, Cedric Price, Alvaro Siza, Aldo Rossi, Team 4, Paul Virilio &amp; Claude Parent, Rafael Moneo, Andrea Branzi, Renzo Piano, Peter Eisenman, Coop Himmelb(l)au, Toyo Ito, Rem Koolhaas, Morphosis, Bernard Tschumi, Steven Holl, Daniel Libeskind, Zaha Hadid, Herzog &amp; de Meuron.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-233" title="p1000656" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p1000656.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Tra i commentatori, interventi che aiutano a contestualizzare le prime fasi di sviluppo dei futuri divi dell&#8217;architettura: l&#8217;analisi di Kazys Varnelis di Strutture per il tempo libero a Prato (1966) di Andrea Branzi (Archizoom) ne colloca giustamente gli ideologici tentativi di &#8220;delirio&#8221; nel contesto più vasto delle situazioni culturali e urbane al tempo della sua pubblicazione. Beatriz Colombina racconta l&#8217;ossessione di Le Corbusier per il volo e collega la Villa Rosa di Coop Himmelb(l)au (1967-68) a Villa Savoye, dando conto delle rispettive aspirazioni alla mobilità. Enrique Walker afferma che l&#8217;architettura dell&#8217;azione Fireworks di Tschumi (1974) raggiunse l&#8217;assoluto con la sua presentazione in forma di immagine accanto al manifesto critico alla mostra del 1978 Architectural Manifestos.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-234" title="p1000657" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p1000657.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-235" title="p1000658" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p1000658.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p>Come afferma Steele nella presentazione First Works si rifà nel suo centro focale a un tempo in cui la produzione era inevitabilmente legata alla teoria dell&#8217;architettura. E per quanto sia vero che i progetti presentati affrontano lo sviluppo dell&#8217;architettura in modo concettualmente ardito, furono le condizioni culturali dell&#8217;epoca in cui questi architetti entrarono nella professione che condussero a queste radicali manifestazioni teoriche e pratiche.</p>
<p>First Works è un&#8217;importante raccolta di grandi realizzazioni che si sono rivelate fondamentali nella storia della cultura architettonica per il loro atteggiamento sperimentale e la loro netta critica della professione com&#8217;era all&#8217;epoca. Segnano un periodo di audaci cambiamenti ideologici e la fine di un&#8217;estetica ricevuta per eredità generazionale. La decisione del libro nel provocare e stimolare una nuova generazione in fase di formazione attraverso questi appassionati primi tentativi è un gesto di grande valore.</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-236" title="p1000663" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/09/p1000663.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p> </p>
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		<title>Rethinking the informal city</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 11:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Book Received]]></category>

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		<description><![CDATA[

Rethinking the Informal City: Critical Perspectives from Latino America (Remapping Cultural History), Felipe Hernandez, Peter Kellett, Lea K. Allen, Berghan Books, Oxford/New York 2009 (pp. 249)


Flowers for Kim Il Sung, edited by Peter Noever, Verlag für moderne Kunst Nürnberg, Nuremberg 2010 (pp. 229, € 35)








The Hockemeyer Collection: 20th Century Italian Ceramic Art, Gillo Dorfles, Lisa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-221" title="dscf1822" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1822.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-220" title="dscf1795" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1795.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><b>Rethinking the Informal City: Critical Perspectives from Latino America (Remapping Cultural History)</b>, Felipe Hernandez, Peter Kellett, Lea K. Allen, Berghan Books, Oxford/New York 2009 (pp. 249)</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-219" title="dscf1796" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1796.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-218" title="dscf1810" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1810.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><b>Flowers for Kim Il Sung</b>, edited by Peter Noever, Verlag für moderne Kunst Nürnberg, Nuremberg 2010 (pp. 229, € 35)</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-217" title="dscf1811" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1811.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-216" title="dscf1813" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1813.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-215" title="dscf1814" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1814.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-214" title="dscf1815" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1815.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-213" title="dscf1816" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1816.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-212" title="dscf1817" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1817.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-211" title="dscf1818" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1818.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-210" title="dscf1784" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1784.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><b>The Hockemeyer Collection: 20th Century Italian Ceramic Art</b>, Gillo Dorfles, Lisa Hockemeyer, Hirmer Verlag, Munich 2009 (pp. 240)</p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-209" title="dscf1785" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1785.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-207" title="dscf1787" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1787.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-206" title="dscf1788" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1788.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
<p><a href="None"><img class="alignnone size-medium wp-image-205" title="dscf1789" src="http://blog.domusweb.it/wp-content/uploads/2010/07/dscf1789.jpg" alt="" width="382" height="287" /></a></p>
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