
di Anna Casaglia
Divided cities. Belfast, Beirut, Jerusalem, Mostar and Nicosia, Jon Calame and Esther Charlesworth, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2009 (pp. 253, $ 59.95)

Nell’era della globalizzazione e della presunta fine dei confini teorizzata dopo la caduta del muro di Berlino, uno sguardo più attento mostra come i conflitti etnici, religiosi e nazionali continuino ad avere una forte ripercussione territoriale che si traduce spesso in secessioni, partizioni e in nuovi confini. Dopo la II Guerra Mondiale si è assistito a un cambiamento delle dinamiche di conflitto: dallo scontro tra stati si è passati a conflitti interni agli stati e le città hanno quindi assunto un ruolo di prim’ordine sia come epicentro di conflitti che come emblema di più ampie lotte politiche.
Il libro di Calame e Charlesworth si articola intorno a una riflessione sulle caratteristiche comuni delle “città divise”, dove una o più linee, concretizzate in un muro o impresse più sottilmente nel tessuto urbano, separano gruppi etnici, religiosi e/o nazionalisti. Beirut, Belfast, Gerusalemme, Mostar e Nicosia sono le città che gli autori prendono in esame, tracciando il percorso che ha portato alla divisione alla ricerca di uno schema di interpretazione comune.
Il limite del lavoro dipende dalla difficoltà di comparare cinque casi così diversi e si rivela nel fatto che la presentazione dei singoli contesti, nei paragrafi centrali del libro, risulta poco approfondita ed esaustiva. D’altro canto il libro compie l’inedito sforzo di individuare delle caratteristiche comuni in un quadro di sviluppo storico che pone le città divise come estremo risultato dei processi di segregazione spaziale che da sempre caratterizzano il tessuto urbano. Inoltre, i due autori si sforzano di comprendere quali siano stati gli errori a livello amministrativo, politico e diplomatico che hanno portato all’individuazione della separazione fisica come unica soluzione a situazioni di conflitto violento.

Le cinque città presentano differenti contesti storici e condizioni politiche e sociali, ma condividono un insieme di fattori che hanno portato da una situazione di convivenza multietnica a una divisione fisica e istituzionalizzata. In tutte e cinque si è assistito a un’intensificazione della polarizzazione sociale che ha portato a una escalation di violenza o al conflitto, in mancanza di una soluzione politica lungimirante. Gli autori si rifiutano di considerare le città divise come anomalie dello sviluppo urbano, e cercano quindi di svelare i meccanismi che spiegano il processo di partizione, sottolineando il rischio insito in molti contesti urbani contemporanei, caratterizzati da mescolanza etnica e rivalità tra gruppi.

Esiste infatti una sequenza ricorrente di eventi nelle città in esame, che si può intendere come un modello di azioni o mancate azioni che hanno reso inevitabile la divisione. In territori con una forte eterogeneità di popolazione il primo passo verso la partizione è la politicizzazione dell’etnicità. Il fondersi di identità etniche e politiche è il risultato della competizione per il controllo e la gestione delle risorse (evidente nei casi di Belfast, Gerusalemme e Mostar). Questo processo si dispiega spazialmente con la creazione di aree omogenee da un punto di vista etnico come risposta alle disuguaglianze e alle pressioni politiche attraverso la ricerca di protezione all’interno del proprio gruppo di appartenenza.
La conseguenza di ciò è un’inevitabile diminuzione dei contatti e delle interazioni tra gruppi, a livello sia sociale sia politico/istituzionale. L’inasprimento della situazione porta al riconoscimento delle enclave etniche informali nella lotta politica su scala nazionale o internazionale. Nelle parole degli autori, una volta che le comunità etniche si sono ritirate in gruppi omogenei e il terreno urbano è stato convertito in territorio politico, rimane solo da disegnare le linee della battaglia. La fase successiva è infatti l’incisione del confine, che appare generalmente in modo graduale e il più delle volte taglia aree precedentemente caratterizzate da una forte mescolanza etnica e non fortemente marcate da un singolo gruppo. La concretizzazione del confine è l’evoluzione delle enclave etniche che diventano sempre più isolate tra loro e ufficializzate a livello istituzionale: confini permeabili e informali diventano impermeabili e stabili.
La separazione nasce come una soluzione emergenziale e temporanea che, invece, si stabilizza: un esempio per tutti è dato dalle cosiddette peaceline erette dall’amministrazione di Belfast che non solo sono diventate permanenti, ma anche sempre più sofisticate e persino abbellite fisicamente. A questa fase segue un processo di adattamento alla divisione, che consiste nel consolidamento della situazione e nella riorganizzazione del funzionamento della città. La mancanza di una reazione in senso opposto viene spiegata dalla debolezza e l’instabilità delle autorità politiche, come risulta evidente nei casi di Mostar e Beirut.

Questo processo avviene contro ogni logica convenzionale di condivisione di spazio e servizi: ogni gruppo reclama il controllo e il possesso del territorio, delle infrastrutture e delle risorse, con il risultato di un raddoppio delle strutture che permettono un corretto funzionamento della città e inevitabili disfunzioni del sistema urbano. Il consolidamento della divisione è raramente sostenibile, dal momento che i costi sociali e materiali che ne derivano sono molto alti.
In alcuni casi le barriere sono state rimosse o sono stati aperti dei varchi, come a Beirut, Mostar e Nicosia, ma la riunificazione non significa necessariamente integrazione: le conseguenze sociali e fisiche di una divisione urbana sono difficili da superare. Con le parole degli autori, la tipica città divisa rimane divisa finché permane l’insicurezza che ha portato alla violenza tra i gruppi. La rimozione del confine è quindi vista come una condizione necessaria ma non sufficiente alla riconciliazione. Viene quindi messo in luce il fondamentale ruolo dell’amministrazione politica come garante di uguale accesso a diritti e risorse per i diversi gruppi che abitano la città, e si mettono in guardia le autorità da facili soluzioni apparentemente funzionali che al contrario radicalizzano e stabilizzano conflitti altrimenti gestibili.
You must be logged in to add a comment.